Medicina

da Leadership Medica n. 2 del 2007

Intervista a Patrizia Santovecchi

 

 

Francia e Svizzera la manipolazione mentale è reato. In Europa già da qualche anno hanno dichiarato «urgente» il problema di nuovi culti che esercitano un controllo psicologico e fisico sui loro adepti.

Qual è la situazione a tutt’oggi in Italia?

È oramai comunemente riconosciuto che l’abrogazione del reato di plagio, operata dalla Corte Costituzionale con la sentenza 8 giugno 1981, non ha risolto la questione penale sottesa al fenomeno. A distanza di oltre venticinque anni, infatti, è avvertita, oggi più che allora, la necessità di approntare un’idonea tutela contro i subdoli e devastanti attacchi alla libertà psichica e morale dell’individuo. È necessaria una nuova definizione del rapporto fra il plagiato e colui che opera subdolamente una persuasione occulta. Non si tratterebbe di entrare in merito alle dottrine, ma di sanzionare quei comportamenti lesivi della dignità e della libertà individuale. Dalla metà del secolo scorso, in Italia, si è assistito ad un proliferare di piccoli gruppi o vere e proprie organizzazioni “multinazionali”: culti vari, alcuni dal sapore esotico altri di tipo magico. Molti promuovono dottrine sincretiste di tipo esoterico-iniziatico; ma tutti si dichiarano depositari di “verità” assolute o di “conoscenze” superiori.Quello dei “nuovi” culti è un fenomeno complesso che riflette da una parte i disagi e i bisogni dell’uomo del nostro tempo, dall’altra la gran confusione che regna su questi argomenti. Purtroppo a farne le spese sono spesso le famiglie che disinformate, si rendono conto che qualcosa non va quando ormai il proprio caro è già fin troppo coinvolto in uno di questi gruppi. Si calcola che siano circa mille i culti esistenti nel nostro Paese, un censimento molto fluido perché frequenti sono le nascite e le morti di certi gruppi, così come le scissioni, che generano a loro volta nuove diramazioni. Si stima in ogni modo che gli adepti si aggirino intorno ai 3 milioni. Una schiera sommersa che percorre in modo trasversale ogni strato della società e che si valuta coinvolga in maniera diretta otto milioni circa di famigliari.

Spunto che ha sempre alimentato ampie discussioni, è il discrimine fra il lecito e l’illecito che caratterizza simili strutture. Dove finisce il gruppo e dove inizia la setta? Dove finisce la comunità e inizia la coercizione mentale, il condizionamento e l’abuso?

Un segnale chiarificatore si può trovare nel continuo aumento di posizioni critiche, di racconti di esperienze1 vissute all’interno di determinati culti e nelle difficoltà degli aderenti a lasciare il gruppo senza subire danni alla propria dignità o essere oggetto di atteggiamenti persecutori al limite della legalità. Inoltre, cresce il numero delle famiglie disgregate perché uno dei congiunti è diventato un adepto. Il problema dunque è presente, concreto e allarmante. Quali sono le tecniche di persuasione e di condizionamento mentale che portano l’individuo all’interno di una società deviata quale quella della sette che operano veri e propri  abusi psicologici?
L’individuo durante tutta la fase d’iniziazione è ingannato e manipolato in modo tale che faccia le scelte che sono previste , però mai direttamente minacciato. Una volta all’interno del culto il controllo del contesto sociale è mantenuto grazie all’intervento di diversi fattori.
Per preparare un nuovo individuo al cambiamento radicale è necessario dare prima uno “ scossone “ alla sua realtà. Gli indottrinatori devono cioè disorientarlo.Gli schemi di riferimento per capire se stesso e l’ambiente che lo circonda devono essere stravolti e distrutti perché sconvolgere la sua visione della realtà lo priva delle difese naturali. Una volta che una persona è distrutta o destrutturizzata, è pronta per la fase successiva. Il cambiamento.

In che cosa consiste questa fase ?

Consiste nell’imporre una nuova identità, un nuovo schema di comportamenti, pensieri ed emozioni che andrà a riempire il vuoto lasciato dal crollo della vecchia identità. Il processo di cambiamento richiede ben più che la semplice obbedienza alle autorità del culto. Ci sono numerose sessioni “comuni” nel corso delle quali si confessano le colpe del passato, si raccontano i successi ottenuti e viene instaurato un senso di appartenenza. Questi incontri di gruppo sono molto efficaci per indurre il conformismo: il gruppo incoraggia alcuni comportamenti con lodi e riconoscimenti mentre punisce con silenzi di ghiaccio idee e atteggiamenti ritenuti non idonei. Gli esseri umani hanno un’enorme capacità di adattamento a contesti e situazioni del tutto nuovi e i culti distruttivi sanno bene come sfruttare queste capacità. Insomma, controllando ciò che circonda una persona, usando strategie di modifica comportamentale, inducendo stati ipnotici, premiando o condannando alcuni atteggiamenti, possono riprogrammare in tutta tranquillità l’identità di una persona.

Dopo averne smantellato l’identità e averlo indottrinato a credere in un nuovo sistema ideologico, l’individuo a che cosa va incontro?

Una volta che la persona è “cambiata” è pronta per la fase successiva: la ristrutturazione. Dopo averne smantellato l’identità e averlo indottrinato a credere in un nuovo sistema ideologico, l’individuo va ricomposto in un “nuovo essere”. Deve essere fornito di una nuova finalità esistenziale e inserito in attività capaci di solidificare la sua identità. Il primo e più importante compito del “nuovo” individuo sarà di denigrare la sua vecchia identità. La cosa peggiore che un membro possa fare è agire secondo la propria identità, salvo che questa non sia quella nuova di zecca datagli dal culto, che si andrà a completare dopo diversi mesi. La memoria del soggetto si distorce, tendendo a minimizzare le cose buone del passato e a ingigantire gli errori, i fallimenti, le ferite e i sensi di colpa. In caso di conflitto con il suo impegno rispetto alla causa, l’individuo dovrà gettarsi alle spalle ogni cosa: abitudini, interessi, amici e familiari. Cosa che preferibilmente andrà fatta con drammatiche prese di posizioni pubbliche. Per aiutare a interiorizzare il processo alcuni culti cambiano il nome ai seguaci. Molte organizzazioni spingono affinché gli affiliati modifichino il modo di vestire e il taglio dei capelli, andando a incidere su qualsiasi cosa possa loro ricordare il passato.

Le cronache riferiscono sempre più di situazioni di completo «controllo mentale», di vere e proprie violenze fisiche e sessuali su donne e bambini, all’interno di culti «estremi».Quali sono le caratteristiche delle persone più facilmente coinvolte in queste forme di dipendenze?

La spinta verso le dottrine salvifiche e i gruppi che fanno proselitismo ha a che fare soprattutto con lo stile di vita, lo sviluppo socio-politico, la condizione psicologica. Sono in genere le persone sensibili e idealiste – non già le più “deboli”, come spesso si ritiene – a lasciarsi entusiasmare dalle utopie di gruppi assolutisti; persone che cercano altri, e alti, valori, un significato di vita immortale, persone che si scontrano con un mondo dove il successo sembra essere la misura di tutto, senza offrire, ai loro occhi, lo spazio sufficiente al senso religioso. Senza la disponibilità di questa ampia cerchia di popolazione, i fondatori dei culti si troverebbero davanti a tribune deserte. In realtà la nostra epoca, contrassegnata dalla carenza di certezze da una parte e dalla forte esigenza di risposte dall’altra, produce continue richieste di spiritualità, armonia interiore e speranza. Uno scenario che induce a pensare che il momento d’oro per i “nuovi maestri” debba ancora arrivare.

Quali sono le motivazioni che sono sottese ad adesioni di questo genere?

Il culto abusante si presenta come risposta al bisogno di sicurezza dell’individuo, utilizza il suo codice di linguaggio i suoi simboli interpretativi per stimolare e orientare e gratificare il suo apprendimento intellettuale. La fiducia per la soluzione offerta e la serie di relazioni umane che si creano con gli altri membri, dispongono la persona ad accogliere l’ideologia del gruppo. Attratti inizialmente dalla nuova proposta, gli aderenti ricevono in un secondo tempo un forte impianto di “nuovi valori”, in un sistema apparentemente coerente di idee. La netta percezione, indotta, di essere parte integrante di un gruppo, di avere tutti i medesimi sentimenti e le medesime aspirazioni, favorisce un rapido sviluppo del senso di appartenenza e di comunità. Ne consegue una significativa crescita di autostima ‑ almeno all’inizio ‑, un senso di identità e un’incondizionata fiducia nel gruppo. Quello che all’inizio poteva essere semplice curiosità o adesione volontaria diventa presto una prigione cognitiva dalla quale poi è difficile liberarsi.

La forza dei culti abusanti risiede dunque nella continua ricerca dell’uomo di significati e di risposte che diano un senso alla sua esistenza, “debolezza” che l’essere umano condivide con tutti i suoi simili.

Questo è il terreno fertile che il culto abusante e i vari leader usano per attecchire facendo leva su insicurezze e fragilità, su necessità e paure di una società allo sbando e usando la dottrina come contenitore di desideri, di vuoti esistenziali o di solitudini. Ecco perché ideologie totalitarie e totalizzanti possono mantenere la loro influenza e continuare ad espandersi nonostante le distruzioni umane e sociali che provocano.

L’incidenza e l’allarme sociale conseguenti a questi fenomeni estremi di controllo mentale hanno reso necessari studi qualificati per affrontare il problema in termini sia di prevenzione sia di vera e propria terapia è possibile convincere un adepto ad abbandonare il gruppo mediante una serena e obiettiva valutazione degli effetti dell'adesione?

Diverse sono le tecniche psicologiche che i culti abusanti mettono in atto per mantenere il potere sui propri adepti. C’è il guru o il santone di turno che dichiara di essere lui e solo lui il canale prescelto da Dio per diffondere la verità al mondo. Nel gruppo nessun’altra autorità è tollerata. I contatti con altre forme di pensiero o di condotta sono da considerarsi diaboliche o negative. Il culto stesso è fonte di salvezza per il mondo perché porta un messaggio nuovo ed unico. Obbligatoria diventa quindi per l’adepto l’opera di proselitismo.
La società in un culto abusante è divisa tra buoni e cattivi, tra salvati e dannati. L’autorità del leader non può essere messa in discussione. Sono invece la famiglia o i vecchi amici da mettere in discussione in quanto pericolo per la spiritualità o il raggiungimento del potenziale umano. Se nascono conflitti famigliari la colpa è unicamente della famiglia o di gruppi congiurati contro il culto. Si rende indispensabile per il nuovo adepto che la sua vecchia personalità corrotta e perversa ‑ quando era nell’ignoranza o nelle tenebre del mondo – debba assolutamente essere “rinnovata” per aderire alla nuova personalità secondo la volontà della divinità creduta.

Se è richiesto che la propria coscienza e la propria libertà siano del tutto secondarie rispetto alla dottrina del culto, alla sicurezza e agli obiettivi del gruppo che cosa accade a chi ad un certo punto vorrebbe lasciare il gruppo e tornare alla vita precedente?

Naturalmente lasciare il culto significa andare incontro alla dannazione o alle disgrazie più terribili, se non anche alla morte o distruzione eterna: solo le persone spregevoli possono abbandonare il culto. Questa convinzione spesso ingenera paure che rischiano di far insorgere vere e proprie fobie. Il culto abusante non essendo soddisfatto del solo uso della dottrina, introduce l’adepto in un mondo fatto di regole e divieti creando una sproporzionata paura della disubbidienza e un esagerato senso di colpa. Le persone che hanno lottato contro le fobie sanno quanto possa essere inutile cercare di esorcizzarle con la sola forza della ragione.
Purtroppo, ancor oggi, è data relativamente poca attenzione alle paure di origine “religiosa”. E' chiaro che chi manipola le menti può distorcere la realtà per produrre paura, senso di colpa, rimorso ed anche isteria. Le vittime spesso sono consce della loro paranoia e sanno che essa ha su di loro effetti distruttivi ma non sono in grado di superarla. All’inizio gli adepti affrontano una vera e propria lotta con il dubbio dovendo rimuovere tutto ciò che viene detto in contrasto con la dottrina del culto. Imparano presto a scacciare i dubbi, ma raramente risolvono le contraddizioni che la loro mente si trova a fronteggiare: ogni volta che qualcosa in cui credono viene minacciato si spaventano. Il dubbio causa estrema ansietà e sarà fatto ogni sforzo per evitare di mettersi in situazioni che lo creino.
E’ quindi di estrema importanza che le persone arrivino chiaramente a distinguere, in anticipo, attraverso i metodi adottati, un culto distruttivo da un sano culto religioso.Da qui la necessità di una corretta e vasta informazione, che come un vaccino, serva a prevenire là dove la cura è estremamente ardua.

Sono circa tre milioni in Italia le persone che vivono direttamente questo grave problema e più di otto milioni i parenti delle vittime, indirettamente coinvolti.
Quale tipo di supporto possono trovare oggi in Italia?

Alla luce dei numerosi incidenti legati alla diffusione dei gruppi di natura religiosa, esoterica e spirituale, nel 1999 il Consiglio d’Europa, oltre a manifestare preoccupazione, ha raccomandato la creazione di strutture “non governative” finalizzate al monitoraggio della crescita e della diffusione di certi gruppi. Fra i compiti di queste strutture: esercitare un’opera di prevenzione nei confronti di “sette pericolose”. Fornire informazioni “accurate e obiettive su questi gruppi“. E attraverso il canale delle scuole, rivolgersi soprattutto ai giovani. L’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici prendendo atto dell’ampia diffusione in Italia di gruppi rispondenti alla descrizione del Consiglio d’Europa, nasce nell’intento di creare una struttura nazionale che si adegui alle esortazioni europee.

 Oggi in Italia strutture come l’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici sono gli strumenti fondamentali per fare emergere in Italia  la concreta realtà della patologia dei culti abusanti, più o meno sottaciuta per ignoranza o per comoda rimozione dalle altre istituzioni?

L’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici si propone di definire una mappa precisa del fenomeno per comprendere quante famiglie sono coinvolte, riscontrando allo stesso tempo quanti manifestano situazioni di sofferenza in questo campo.

Quali sono gli obiettivi che è necessario chiarire e per i quali è necessario lavorare a livello sociale quando si tratta di evitare che altre menti cadano in ostaggio di un culto abusante?

 Dallo studio approfondito della situazione l’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici  emerge  la necessità di richiamare l’attenzione della polizia e della magistratura e, prima ancora, del distratto legislatore sulla invasività di un fenomeno che attenta ai beni fondamentali, innanzitutto della libertà e dignità della persona, quando non anche alla libertà sessuale, al patrimonio, alla salute fisica e psichica o alla stessa vita, oltre che ai rapporti familiari e affettivi. Anche se dal punto di vista giuridico penale è più facile perseguire i singoli comportamenti criminosi che il culto abusante in se, sia per le attuali carenze legislative, sia comunque per le loro capacità mimetizzatrici sotto invocati diritti di libertà, non disconosciuti anche da certi ambienti intellettuali.

Ringraziamo Patrizia Santovecchi per aver delineato con chiarezza e competenza il panorama della realtà di abuso e controlo mentale  che crea  tanta sofferenza  psicologica.
Una sofferenza  spesso dimenticata dai mass media perché tocca argomenti scomodi quanto scottanti.

1. Per maggiori informazioni sull’argomento si consiglia: P. Santovecchi e C. Bini: Figli di un dio tiranno, dieci storie di fuoriusciti da gruppi religiosi, Menti in ostaggio, i famigliari raccontano, ed. Avverbi; Soffrire di Magia, Mamma Ebe Vanna Marchi e le altre: otto storie di plagio all’italiana, ed. Olimpia.