Medicina

da Leadership Medica n. 275 del 2009

Il 9 maggio è stata depositata la sentenza, scritta dal giudice Alfio Finocchiaro, con cui la Corte costituzionale modifica la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. In estrema sintesi, questa sentenza toglie il divieto (presente anche in altre legislazioni europee, come quella tedesca) di generare più di tre embrioni per ogni ciclo di procreazione extracorporea e permette, a discrezione del medico, la crioconservazione degli embrioni eccedenti. Questo limite violerebbe l'art. 3 della Costituzione "sotto il duplice profilo del principio di ragionevolezza e di quello di uguaglianza, in quanto il legislatore riserva il medesimo trattamento a situazioni dissimili" e l'art. 32 per "il pregiudizio alla salute della donna - ed eventualmente (...) del feto - ad esso connesso". Secondo la Corte, resta "salvo il principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario", ma sarà il medico a stabilirne il numero. Secondo i giudici la "tutela dell'embrione non è comunque assoluta, ma limitata dalla necessità di individuare un giusto bilanciamento con la tutela della esigenza di procreazione". Secondo la Corte, il fatto che la legge 40 abbia fissato un limite di tre embrioni da trasferire contemporaneamente potrebbe determinare la necessità della moltiplicazione dei cicli di stimolazione ovarica per le donne che non portano a termine la gravidanza dopo il primo trasferimento degli embrioni. Il limite di tre embrioni, insomma, dunque, finirebbe per favorire "l'aumento dei rischi di insorgenza di patologie" da iperstimolazione ovarica nel caso in cui siano necessari reiterati cicli per ottenere la gravidanza.

L'eugenetica liberale

Questa sentenza è tragicamente in linea con una delle più radicali trasformazioni dell'esperienza umana introdotte dalla tecnologia. Se la procreazione umana cessa di essere considerata dentro la logica di una relazione interpersonale tra un uomo e una donna ed è pensata secondo la duplice logica di una "terapia" della sterilità e di un diritto umano da soddisfare, allora risulta chiaro che ciò che conta è, in primo luogo, il bilanciamento tra il successo della tecnica e la salute della donna. In questa prospettiva il vero protagonista è il medico, anzi è la tecnica medica. A lui spetta valutare e decidere del valore di ogni singolo embrione in vista del risultato. Il poter disporre, di fatto, della vita e della morte degli embrioni umani, appositamente generati per rispondere ad un desiderio (in sé, astrattamente considerato, legittimo) degli aspiranti genitori, rientra tranquillamente nella logica di una prassi impersonale, dove conta il risultato. Gli embrioni umani sembrano, in fondo, costituire soltanto un mezzo per realizzare il desiderio della maternità. E non è un caso che dal vocabolario della procreazione sia scomparso il termine padre, se la procreazione umana sia stata rinchiusa nel rapporto tra il medico e la donna, tra la responsabilità tecnica e i diritti della donna. In questa prospettiva sembra che ci si dimentichi completamente il fatto che questi embrioni generati in laboratorio, resi disponibili alla crioconservazione, siano in primo luogo dei figli, di cui dovrebbero farsi responsabilmente carico un padre e una madre. La nozione di figlio dovrebbe richiamare immediatamente un fatto: il centro, lo scopo e la ragion d'essere della procreazione umana, anche di quella attuata in laboratorio, è l'esistenza di un nuovo essere umano, di un figlio e di un cittadino. La tutela incondizionata della sua esistenza non può essere un semplice corollario in vista del successo della maternità. La tutela della maternità ha senso proprio perché è insieme la tutela della madre e del figlio. La salute procreativa ha senso perché è tutela della donna e del figlio, di entrambi. La "nuda qualità umana" dell'esistenza allo stadio embrionale costituisce il valore stesso della procreazione. La legge, laddove la coscienza non basta più, ha il dovere di tutelare l'esistenza umana e il diritto alla vita di quegli esseri umani che, grazie alla tecnologia, sono generati per soddisfare il desiderio e le aspirazioni dei futuri genitori. Questa sentenza, che si muove con l'astrattezza di una riflessione che considera i diritti di tutti tranne degli embrioni umani riapre di fatto la possibilità di un' accentuazione eugenetica di questa prassi. Infatti, nel momento stesso in cui si pone la possibilità di scegliere tra gli embrioni da trasferire nelle tube femminili e quelli da crioconservare, si apre la necessità di una selezione e classificazione che di fatto avrà come criterio la salute dei singoli embrioni da trasferire, mentre si aprirà la possibilità della morte di quelli che, una volta crioconservati, risultassero inutili qualora si realizzasse la maternità con gli embrioni impiantati. La parola eugenetica non piace perché ricorda i tempi dell'eugenetica di stato, ricorda che le prime discriminazioni tra gli uomini avvengono fin dalla loro origine e nessuno vuole riconoscere che oggi esiste di fatto un'eugenetica liberale che si fonda sulla libertà dei genitori di disporre della vita dei loro figli allo stadio embrionale e fetale e sulla complicità di una medicina che con la parola terapia copre di fatto l'eliminazione della vita umana. Ciò che colpisce è l'assoluta normalizzazione di questa prassi. In nome della vita privata non ci si preoccupa se si priva la vita a qualcuno che è stato generato dalla volontà umana. L'importante è che siano rispettate le regole e soddisfatte le esigenze degli adulti. Le leggi non impongono nessuna prassi eugenetica, non impongono nessuna selezione embrionale (anzi, in teoria vietano ancora un'esplicita diagnosi pre-impianto ) ma ne confermano la logica, che di fatto si attua già con l'aborto volontario. Ma di questo oggi non si può parlare, è politicamente scorretto. In fondo siamo un po' tutti complici di questa situazione, ma ci sono anche delle responsabilità dirette. Come si può parlare di successo di una tecnica quando il prezzo da pagare per far venire al mondo un figlio è mettere in conto la possibile morte dei suoi fratelli? Ma forse non abbiamo più nemmeno il coraggio e l'onestà intellettuale di ricordarci che gli embrioni che generiamo, selezioniamo, crioconserviamo, sono figli e fratelli. Meglio allora nascondersi dietro la questione del numero degli embrioni e calcolare quanti ne servono e quanti ne possono essere utilizzati o distrutti per bilanciare gli interessi in gioco.

Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica Università Cattolica di Milano

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